Rivista N – 5 – Maggio 2026

COMPETITIVI O COMPETENTI? L’IRC COME DISPOSITIVO CULTURALE PER L’INCLUSIONE DI TUTTI E DI CIASCUNO

Oscar Biffi[1]

Abstract

Qual è il senso dell’educare nella scuola di oggi? Quale dignità per il singolo e le differenze nella massa indistinta? Come distinguersi all’interno del programma da svolgere, delle prestazioni quantificabili e della competizione imperante? Quale spazio rimane all’inclusione e allo sviluppo delle competenze sociali e relazionali? È questo lo scenario in cui l’IRC ha facoltà di reinserirsi, con nuove vesti, e di rinobilitarsi. È nella natura stessa di questa disciplina, infatti, nella sua etica edificata sul dialogo, sull’ascolto e sul rispetto di ogni persona che possiamo rinvenire un terreno fertile per una riforma del pensiero tanto attesa, ma sempre a venire.
Cosa significa educare nel tempo in cui viviamo? Quali sono, oggi, le risorse e i problemi dell’educazione? Come evitare che quest’ultima venga strumentalizzata col rischio che la pianificazione del futuro possa farci dimenticare il presente dei nostri alunni? Sono queste alcune delle domande con cui ho voluto introdurre alla lettura di queste righe. Perché oggi tutto ha a che fare con l’educazione. La crisi valoriale, le sperequazioni sociali, i conflitti, la banalizzazione del pensiero, la povertà delle esperienze di vita e di apprendimento ci inducono a riflettere proprio sullo spazio in cui molto di tutto ciò ha inizio e prende forma al fine di rivalorizzarlo: la scuola, un’archè ideale e valoriale troppo spesso svilito o lasciato a sé stesso.

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RAP, TRAP E SPIRITUALITÀ URBANA

Lorenzo Galliani[1]

Abstract

Dal corso di formazione per insegnanti di religione organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze di Bologna alcuni spunti di riflessione e qualche domanda: Dio è escluso dalle canzoni degli ultimi anni? Il linguaggio utilizzato è davvero così violento?
Si riporteranno infine alcune proposte formulate dai partecipanti relative a un modulo di IRC scaturito dalla riflessione sulle canzoni. 
Sfera Ebbasta, Shiva, Guè, Geolier, Marracash. E ancora: Tony Boy, Olly, Lazza, Artie 5ive e Kid Yugi. Sono loro gli artisti più ascoltati in Italia, secondo le classifiche del 2025 di Spotify. Nomi certamente poco conosciuti dalle fasce d’età più mature, ma punti di riferimento per molti giovani di oggi. Vantano circa 4-5 milioni di ascoltatori mensili soltanto sul famoso servizio di streaming musicale, e vivono tutti a cavallo tra rap e trap, a confermare una tendenza di questi anni: nonostante la svariata offerta musicale, sono questi i generi che si impongono sul mercato.  
Rap, Trap e spiritualità urbana è il titolo del corso di formazione organizzato lo scorso settembre dall’Istituto Superiore di Scienze Religione per cercare di riflettere, tra docenti, sui messaggi veicolati dalle canzoni di questi due mondi, cercando di vedere se e come possano arricchire dei percorsi di Insegnamento della Religione Cattolica. 

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SCIENZE RELIGIOSE IN CARCERE: UN’ESPERIENZA DI POSSIBILE RISCATTO

Fabrizio Mandreoli[1] 

Clara Donini[2]

Abstract

L’articolo presenta l’esperienza iniziata nel 2021 di una singolare e nuova possibilità di studio a livello universitario della teologia e delle scienze religiose.

«È possibile ascoltarsi, comunicare, è possibile condividere, accettarsi, aiutarsi, lasciarsi aiutare, è possibile ed è urgente, è possibile ed è urgente la parola efficace di una speranza operosa, si può camminare, bisogna camminare insieme».[3]

Sono circa quattro anni – dall’autunno 2021 ad oggi – che nel carcere di Bologna, comunemente chiamato la Dozza, si ha una singolare e nuova possibilità di studio a livello universitario della teologia e delle scienze religiose. Si tratta di un percorso iniziato nel solco di alcune esperienze. Alcune più remote con il progetto che ha dato vita al docufilm Dustur sulla Costituzione, il carcere, l’Islam e, ancor più indietro nel tempo, con l’esperienza di collegamento tra riflessione religiosa, università e carcere compiuta da Pier Cesare Bori. Un’esperienza più recente che sta sullo sfondo è quella che avviene nella scuola superiore del carcere, in cui da anni si svolge un laboratorio permanente – legato all’insegnamento della religione reinterpretato per un contesto pluri-religioso e multi-culturale – su Religioni, visioni del mondo e letteratura.

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IN MORTE DI UN BURATTINO. UN ESEMPIO DI UTILIZZO DELLA LETTERATURA NELL’IRC

Matteo Pasqualone[1]

Abstract

Secondo le indicazioni nazionali per ogni ordine di scuola, l’IRC viene considerata una disciplina dalla natura fortemente trasversale, capace di agganciare nelle proprie tematiche diverse discipline. Alla luce di questa consapevolezza, è possibile utilizzare la letteratura come strumento per approfondire alcuni nuclei concettuali ed esistenziali tipici del pensiero religioso? Questo intervento nasce dalla certezza che tutto ciò sia possibile. Partendo, allora, dal capitolo quindicesimo de Le avventure di Pinocchio e accostandolo ad alcune pericopi della Passione e Morte di Cristo secondo Marco, si cercherà di approfondire il tema della morte, cogliendo le risonanze etico-esistenziali che risuonano nella celeberrima opera del Collodi.

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IL BIMBO CHE AVEVA PERSO IL CUORE. PER UNA PEDAGOGIA INTEGRALE DELLA REALTÀ VIRTUALE E DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Stefano Golinelli[1]

Abstract:

L’emergere massiccio, anche nelle vite dei nostri studenti più piccoli, dell’intelligenza artificiale insieme a programmi e videogiochi che sfruttano la realtà virtuale avanzata può instillare l’idea che chiedere un consiglio personale ad una chatbot abbia lo stesso valore antropologico di una relazione incarnata in cui due cuori fanno nascere un’amicizia. Il ruolo dell’Insegnante di Religione non è quello di stigmatizzare queste nuove tecnologie, ma quello di immergersi nel linguaggio dei propri studenti per fecondarlo con un sapere personalista che permetta loro di maturare una crescita integrale della propria umanità. Attraverso la potenzialità simbolica di una “fiaba digitale”, tenteremo di dare qualche consiglio su come affrontare i pericoli della rete e il problema del cyberbullismo.

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LA VITA ETERNA È NOIOSA? NOTE SUL RAPPORTO TRA TEMPO E TEOLOGIA

Marco Tibaldi[1]

Abstract

Se il tempo di Dio è concepito come completamente estraneo al tempo degli uomini, la vita eterna inevitabilmente viene pensata come noiosa. Il ripensamento del tempo come luogo di rivelazione di Dio è uno dei compiti dell’escatologia che, dopo il crollo del sistema culturale che ha plasmato l’immaginario collettivo da Dante ad oggi, deve ritrovare concetti e modi per raccontare la buona notizia della vita eterna. Per far questo, occorre recuperare anche alcune categorie filosofiche relative al tempo (l’Aufhebung hegeliana), che lo facciano sentire come parte costitutiva dell’identità umana (P. Ricoeur) e non come un contenitore esterno della vita degli uomini. Per arrivare poi a scoprire con H U. von Balthasar che il “tempo” fa parte della vita stessa della Trinità, in cui si trovano tutti gli archetipi di ciò che rende bella la vita degli uomini.

“Che cos’è dunque il tempo?
Se nessuno m’interroga, lo so;
se volessi spiegarlo a chi m’interroga,
non lo so.”
(Agostino, Confessioni, Libro XI, 14, 17.)

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CELEBRARE IN FAMIGLIA: LA GIOIA DEL VANGELO NEI RITMI DELL’ANNO CRISTIANO

Clio Griso[1]

Abstract

È tra le mura domestiche, nei piccoli gesti ripetuti giorno dopo giorno, che il linguaggio della fede si radica con naturalezza e affetto, diventando parte dell’esperienza vissuta.
Tuttavia, accanto a questa dimensione ordinaria e continua, la vita familiare è attraversata da tempi “altri”: occasioni speciali, giorni di festa, ricorrenze liturgiche e momenti celebrativi che interrompono la routine e aprono alla meraviglia. Questi “tempi forti” rappresentano, anche per i più piccoli, un’opportunità privilegiata per entrare in contatto con il Mistero e riconoscere nella festa la presenza di un Dio che salva, accompagna, rinnova.
La liturgia e i riti dell’anno cristiano scandiscono la vita ecclesiale e possono diventare, se vissuti con cura anche in ambito familiare, un linguaggio capace di coinvolgere i bambini in modo profondo. La ripetizione annuale dei tempi liturgici (Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua…), così come le celebrazioni legate ai sacramenti, alle benedizioni e alle tradizioni locali, offrono un contesto ricco di simboli, racconti, gesti, colori e sapori che parlano direttamente al cuore dei più piccoli.
In questo contributo approfondiremo la dimensione della festa, intesa come spazio e tempo teologico, in cui si rende visibile l’opera di Dio e si educa alla gioia del Vangelo. Attraverso proposte semplici ma significative, pensate per l’età prescolare, offriremo suggerimenti e tracce operative per aiutare i formatori ad accompagnare le famiglie in un cammino liturgico condiviso, in cui ogni festa diventa occasione di narrazione, preghiera e comunione.

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CHRISTOPH THEOBALD, TEOLOGO DALLA DOPPIA CITTADINANZA

Paolo Monzani[1]

Abstract

Christoph Theobald è uno dei massimi teologi contemporanei in Europa, conosciuto non solo nel mondo accademico per i suoi lavori specialistici, ma anche da un pubblico più vasto a causa dei suoi scritti più divulgativi e della sua riflessione pastorale, e anche in ragione della sua recente partecipazione al Sinodo sulla sinodalità in quanto esperto.[2]
Vista la complessità e la vastità del suo pensiero, questo breve articolo cercherà di dare una panoramica del suo approccio alla teologia, non tanto presentando una rassegna bibliografica dei suoi testi o una sintesi del suo pensiero, ma mostrando alcuni tratti distintivi del suo modo di riflettere e di porsi nel contesto contemporaneo. Saranno dunque presentati alcuni aspetti del suo approccio teologico a partire dalla “doppia cittadinanza” che Christoph Theobald detiene in vari ambiti – un’immagine non è solo una metafora, visto che il nostro autore ha effettivamente la cittadinanza francese e tedesca.

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IL TEMA DEL PELLEGRINAGGIO TRA SOCIOLOGIA E RELIGIONE

 Francesca Rossetti[1]

Abstract

Il contributo affronta il tema del pellegrinaggio come pratica trasformativa, distinguendolo dai cammini terapeutici centrati sull’io e ponendo invece l’accento sull’apertura al Mistero e al trascendente. L’autrice mette in relazione la dimensione spirituale del pellegrinaggio con i processi di secolarizzazione e medicalizzazione della vita, che hanno progressivamente ridotto il ruolo del sacro sostituendolo con linguaggi clinici e categorie psicologiche. Vengono richiamati i classici della sociologia (Durkheim, Weber, Berger, Habermas, Bauman) e i contributi contemporanei sulla medicalizzazione (Conrad, Illich, Rovatti), per mostrare come la modernità abbia favorito l’individualismo e la competizione. In questo quadro, il “viaggio dell’eroe” diventa metafora del percorso terapeutico, ma rischia di rafforzare un io ipertrofico anziché aprire alla devozione. La sociologia, recuperando la vocazione all’intervento dei suoi fondatori, può invece fungere da ponte tra razionale e spirituale, accompagnando individui e comunità verso nuove forme di senso.

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