Al momento stai visualizzando DONNE E SINODO: IL CAMMINO DELLE CHIESE IN ITALIA E LA RETE “SORELLE DIOCESI”

Sara Accorsi[1]

Abstract

Lunedì 13 aprile, la Biblioteca Diocesana Ferrini & Muratori di Modena ha ospitato un’articolata sessione di studio e confronto intitolata “Il Cammino sinodale… e poi? Uno sguardo sul ruolo delle donne nella Chiesa”. L’incontro, che ha visto come relatrice principale Anita Prati, apprezzata redattrice di Settimana News, si è inserito in un momento di profondo fermento per la comunità ecclesiale, sia a livello universale sia nazionale. L’iniziativa, coordinata localmente dalla referente Lucia Prezioso, ha offerto la cornice ideale per presentare l’adesione formale della Diocesi di Modena-Nonantola all’innovativo progetto nazionale denominato “Sorelle Diocesi”.

Metamorfosi radicale

La riflessione di Anita Prati ha preso le mosse da una rigorosa precisazione scientifica mutuata dalle scienze sociali. Richiamando la definizione classica del Dizionario di Sociologia UTET, la relatrice ha circoscritto il concetto di ruolo inteso come l’insieme delle norme e delle aspettative che convergono su un individuo in forza della posizione che occupa in un determinato sistema di relazioni. Questo concetto, storicamente intrecciato a quello di status, ha subito una metamorfosi radicale nel corso dell’ultimo secolo, segnando il progressivo e inarrestabile transito del mondo femminile dalla dimensione privata e domestica verso la sfera pubblica e lo spazio sociale condiviso.
Il cuore della prima parte dell’intervento ha ripercorso le tappe attraverso cui il magistero pontificio del Novecento ha interpretato questo mutamento d’epoca. Nel secondo dopoguerra, Papa Pio XII constatava con una sfumatura di apprensione la spietata celerità con cui il mondo femminile veniva lanciato fuori dalle mura domestiche verso ogni campo della vita pubblica, suggerendo un forte radicamento nei valori intimi e soprannaturali.
La vera svolta di prospettiva si compie tuttavia nel 1963 con l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII, in cui l’ingresso della donna nella vita pubblica viene ufficialmente riconosciuto come uno dei grandi segni dei tempi della modernità. In quel testo storico si sancisce che la donna non può più permettere di essere trattata come uno strumento, esigendo invece di essere considerata come persona tanto nell’ambito familiare quanto in quello politico. Questo cammino di valorizzazione ha trovato ulteriore fecondità nel magistero di San Giovanni Paolo II.
Con la lettera apostolica Mulieris Dignitatem del 1988 viene introdotta la celebre categoria del genio della donna, inteso come l’attitudine fondamentale a custodire la sensibilità per l’essere umano in ogni circostanza, legando la vocazione femminile al compimento del sacerdozio regale radicato nel Battesimo. Successivamente, nella Lettera alle Donne del 1995, lo stesso Pontefice precisava che la diversità di ruoli all’interno della Chiesa – inclusa la riserva del ministero ordinato agli uomini come icona di Cristo Pastore – non deve essere interpretata secondo i criteri funzionali o di potere tipici delle società umane, bensì secondo l’economia sacramentale dei segni, riaffermando la pari dignità di tutti i battezzati.
La riflessione odierna si inserisce in un quadro normativo ed ecclesiologico profondamente aggiornato, dominato dalle risultanze del Gruppo di Studio numero cinque del Sinodo sulla Sinodalità. Il Rapporto Finale, pubblicato il 10 marzo 2026, afferma senza esitazioni che una riflessione sul ruolo delle donne nella Chiesa è urgente per un pieno riconoscimento della sua stessa identità. Il testo specifica che il contributo femminile non rappresenta affatto un elemento accessorio o secondario, ma costituisce un servizio necessario alla comunità dei fedeli che scaturisce direttamente dal Battesimo e che rende la Chiesa più bella, credibile e fedele alla sua vocazione universale.
Questi orientamenti si muovono in perfetta armonia con le proposte avanzate nell’ottobre 2025 dall’Assemblea sinodale della Chiesa italiana. Nel documento finale del Sinodo nazionale sono state infatti formulate tre richieste precise alla Conferenza Episcopale Italiana: promuovere un’effettiva parità di genere nell’accesso alla guida degli Uffici diocesani e nei ruoli di responsabilità pastorale, istituire un Tavolo di studio permanente sulla presenza e l’apporto delle donne per incentivare la corresponsabilità, e sostenere la ricerca accademica sul diaconato femminile avviata dalla Santa Sede. Il rapporto sinodale affronta così direttamente il nodo della potestas, chiarendo che non sussistono ragioni teologiche o giuridiche che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida, e rilevando al contempo il diffuso disagio provato da molte donne di fronte ai ritardi della struttura ecclesiale rispetto ai traguardi già ufficializzati e consolidati nella società civile.
Richiamando l’esortazione Christus vivit di Papa Francesco, Anita Prati ha ricordato che una Chiesa viva deve saper prestare attenzione alle legittime rivendicazioni di uguaglianza, riconoscendo con lucidità la lunga trama storica di autoritarismo maschile e sottomissione. L’intervento si è così condensato in tre parole chiave inscindibili: l’Attenzione profonda verso i vissuti femminili, la Rivendicazione consapevole del proprio diritto alla corresponsabilità pastorale e il Femminismo inteso come stimolo profetico per superare ogni forma di discriminazione su base sessuale.

Il progetto “Sorelle Diocesi”

L’intervento di Anita Prati ha trovato la sua naturale declinazione operativa nella presentazione del progetto “Sorelle Diocesi”, a cui la Chiesa di Modena-Nonantola ha aderito ufficialmente nel gennaio 2026 e affidando la cura dell’adesione diocesana a Lucia Prezioso. Questa iniziativa, nata originariamente dall’esperienza della Chiesa di Napoli e oggi condiviso da undici realtà ecclesiali italiane, si configura come una vera e propria forma di sorellanza ecclesiale. L’obiettivo fondamentale è la creazione di una rete nazionale per aprirsi allo scambio di buone pratiche sul territorio e alla messa in comune di idealità, valorizzando il ricco patrimonio religioso, culturale e sociale delle donne all’interno delle singole comunità diocesane. I punti programmatici del progetto delineano un cammino pastorale e culturale di ampio respiro. Si intende favorire l’approfondimento del testo sacro secondo la prospettiva offerta dall’esegesi femminista, promuovere corsi di formazione dedicati alla teologia delle donne e potenziare i ministeri e i servizi pastorali affidati ufficialmente alle figure femminili sul territorio.
Il progetto attribuisce inoltre grande rilevanza al dialogo interreligioso e all’attivazione di percorsi formativi per combattere l’emarginazione, la violenza e il mancato riconoscimento dei diritti, collaborando apertamente anche con donne non praticanti ma impegnate nella difesa della dignità umana. Non da ultimo, l’iniziativa si propone di verificare e coltivare nei futuri ministri ordinati, a ogni livello formativo, una seria attitudine a rapporti trasparenti, paritari e cooperativi con le donne. L’adesione della Diocesi di Modena conferma la chiara volontà di contribuire attivamente alla costruzione di una visione ecclesiale che sia autenticamente inclusiva, sinodale e accogliente verso i mutamenti della modernità.


[1] Responsabile Biblioteca Diocesana Ferrini & Muratori (diocesi di Modena e Carpi).