Al momento stai visualizzando IN MORTE DI UN BURATTINO. UN ESEMPIO DI UTILIZZO DELLA LETTERATURA NELL’IRC

Matteo Pasqualone[1]

Abstract

Secondo le indicazioni nazionali per ogni ordine di scuola, l’IRC viene considerata una disciplina dalla natura fortemente trasversale, capace di agganciare nelle proprie tematiche diverse discipline. Alla luce di questa consapevolezza, è possibile utilizzare la letteratura come strumento per approfondire alcuni nuclei concettuali ed esistenziali tipici del pensiero religioso? Questo intervento nasce dalla certezza che tutto ciò sia possibile. Partendo, allora, dal capitolo quindicesimo de Le avventure di Pinocchio e accostandolo ad alcune pericopi della Passione e Morte di Cristo secondo Marco, si cercherà di approfondire il tema della morte, cogliendo le risonanze etico-esistenziali che risuonano nella celeberrima opera del Collodi.

Introduzione

Questo intervento nasce da una domanda: in virtù della natura trasversale dell’IRC,[2] è possibile utilizzare nella scuola anche la letteratura per approfondire alcuni temi esistenziali e religiosi? Noi crediamo di sì.
Utilizzeremo allora il quindicesimo capitolo del libro Le avventure di Pinocchio accostandolo ad alcuni brani della Passione secondo Marco. Il nucleo centrale attorno cui ruotano i due testi sarà il significato della morte letta attraverso l’esperienza della croce. La proposta potrebbe essere indirizzata a una classe terza di scuola secondaria (preferibilmente liceo), in linea con gli obiettivi e le competenze attese.[3]

1. Un finale inaspettato, ma terribilmente vero

Prima di iniziare quello che sarebbe diventato uno dei libri più letti e tradotti al mondo, Carlo Lorenzini usciva da un periodo di crisi esistenziale dove, pur avendo partecipato a due guerre e appoggiato gli ideali della Restaurazione, sembra riconoscere il fallimento di ciò per cui aveva combattuto. Allora la conversione verso il mondo dell’infanzia avviene nel 1875, quando il Collodi si cimentò nella traduzione dal francese delle fiabe di Perrault. Da quel momento, capisce che i bambini devono essere i destinatari dei suoi lavori, poiché essi non sono ideologizzati e si pongono in modo più sincero davanti alla realtà.[4]
E così, un po’ per scherzo e senza un preciso piano narrativo, il 7 luglio 1881 escono sul «Giornale per i bambini» le prime due puntate della Storia di un burattino.
Fin da subito le vicende di Pinocchio sono diventate molto care ai piccoli lettori e non solo. Un vero e proprio successo letterario! Forse tutto questo successo immediato è dovuto al fatto che «Pinocchio è un potente simbolo dell’essere umano che si avvia sulle strade del mondo e conosce la fame, il peso e la dannazione del lavoro, lo scacco e il trionfo dell’intelligenza; che ha bisogno di affetti, cerca la giustizia e il bene ma incontra il male, e sempre afferma, tuttavia, la propria impazienza di autonomia, di conoscenza nella libertà, anche la libertà di sbagliare per semplicità di cuore».[5]
È possibile allora immaginarsi tutto lo sconcerto dei lettori quando, il 27 ottobre 1881, l’autore dichiarò che le avventure del nostro burattino si sarebbero concluse al capitolo quindicesimo con la sua morte. Fu una vera e propria rivolta. La redazione del giornale si vide recapitare “letterine” agguerrite dei bambini dove si sollecitava una ripresa della storia. Sull’onda di queste proteste, il redattore Guido Biagi e il direttore della rivista Ferdinando Martini convinsero il Collodi a dare un seguito agli accadimenti strampalati del burattino.[6] Il titolo cambiò in Le avventure di Pinocchio e le puntate si susseguirono fino al 25 gennaio 1883.
Ma se le puntate si fossero fermate a quel 27 ottobre, la storia di Pinocchio sarebbe incompleta o si aprirebbe la possibilità di dare un nuovo significato a un finale così tragico e violento? Vogliamo prendere in considerazione quest’ipotesi suggestiva perché riteniamo possa nascondere un messaggio importante per quel che riguarda “l’umanità” che il burattino dice di volere raggiungere all’interno della storia.

2. La Passione tra le righe

All’interno del quindicesimo capitolo è contenuta tra le righe un’altra storia dagli stessi toni tragici e violenti, nota al Collodi quanto a molte persone della sua epoca: la Passione di Gesù Cristo. I rimandi letterari al racconto evangelico sono abbondanti, come notevole è la somiglianza delle scene che si susseguono con un ritmo incalzante fino al sopraggiungere della morte.
Alla luce di ciò, accosteremo parti del capitolo de Le avventure di Pinocchio (ADP) con il Vangelo di Marco.[7]

2.1. Disperazione e destino inevitabile

ADPMc (14,32-36)
Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando, nel girare gli occhi all’intorno, vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve. «Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo!» disse dentro di sé. […] arrivò alla porta di quella casina e bussò. Nessuno rispose. […] Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muover punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo: «In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti.» Aprimi almeno tu!» gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.  «Sono morta anch’io.»32 Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33 Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34 Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35 Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. 36 E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».

La notte avvolge la scena di entrambi questi giardini dove i protagonisti si preparano a vivere il dramma che li insegue senza requie: per Pinocchio gli assassini e per Gesù l’arresto e la morte. Entrambi sono sfiniti dal momento che si abbatte sulle loro vite con terribile inesorabilità. La tentazione è quella di lasciarsi cadere a terra, imitando la posa plastica del cadavere, del disperato.[8] Si badi bene: non è solo fisico l’abbattimento di Pinocchio e Gesù, dettato, cioè, da una fatica del corpo ormai stanco di scappare. Ha radici ben più profonde. È somatizzazione di una disperazione cieca davanti a un male che sembra inarrestabile.
A dare riverbero a questa terribile prova abbiamo il silenzio davanti alla preghiera di salvezza. È inutile bussare alla porta della casetta. È inutile attendere una risposta consolante, un afflato di giustizia contro l’oppressore. Un muro impenetrabile di silenzio schiaccia i protagonisti sul fondo della loro disperazione.[9]

2.2. Una condanna ingiusta

ADPMc (15,12-15)
«Dunque?» gli domandarono gli assassini «vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! Non rispondi?… Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprire noi!… […] «Ho capito» disse allora uno di loro «bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!» «Impicchiamolo!» ripeté l’altro.  12 Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13 Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14 Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15 E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Questa scena mette in luce quanto le azioni umane non si basino spesso sul principio della giustizia, ma sulla cieca ideologia e sulla violenza. Abbiamo due innocenti vittima della malizia e della sete di potere. Infatti non c’è un motivo ragionevole nella condanna, non ci sono capi d’accusa così forti. Il convincimento passa attraverso l’insistenza e il martellamento psicologico, non attraverso la verità. Se ripetuto da tutti e con insistenza allora è vero.[10] Pilato diventa così succube di una minoranza di fanatici[11] e appoggia la loro sanguinosa richiesta, ammutolendo la propria coscienza per salvare il prestigio della sua carica. Gesù non si difende.
Pinocchio, ancora bambino, scopre di non avere le forze per proteggere ciò a cui tiene (le monete d’oro) perché il male che incombe su di lui non lascia scampo. Non aprono la bocca perché il silenzio è l’unica risposta all’insensatezza della violenza. Forse stanno segretamente intuendo che, anche se provassero a difendersi, non servirebbe a nulla. Niente potrà salvarli dalla morte. 

2.3. La morte dell’innocente

ADPMc (15,33-37)
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle, e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande. Poi si misero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti […] Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio d’una campana che suona a festa. […] A poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo… e balbettò quasi moribondo: — Oh babbo mio! se tu fossi qui!… — E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”, 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.  […] 33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Non sono pochi gli elementi che si richiamano tra questi due brani; ci limitiamo a elencarli, cercando di far emergere i nessi semantici che li contraddistinguono.
In un primo tempo, l’esecuzione della condanna. Pinocchio e Gesù sono sollevati da terra e appesi allo strumento della loro morte. Non sfugge che entrambi siano attaccati a un qualcosa dall’essenza legnosa. Pinocchio a una grande quercia.[12] Gesù a una croce (chiamata dai Padri della Chiesa arbor vitae). Entrambi vivono la condizione umiliante del maledetto (Dt 21,23 e Gal 3,13). La sofferenza di entrambi viene esposta al ludibrio dei malvagi.[13]
In secondo luogo, troviamo la personificazione della natura che partecipa alle sofferenze del protagonista; un cum-patire con il dramma inesplicabile del male. Il richiamo alla profezia di Amos (8,9)[14] è lampante, ma, al di là del dato scritturistico, l’escamotage narrativo non fa altro che amplificare la tragedia che Pinocchio e Gesù stanno vivendo. Inoltre, un elemento che rende molto vicini questi due racconti di sofferenza sta nel richiamo esplicito alla durata di queste tenebre corporali e spirituali che avvolgono i protagonisti: tre ore.
Infine, abbiamo la richiesta di vicinanza del padre. Pinocchio la sussurra scosso dai balbettii; Gesù la grida con la voce della disperazione. Ma la richiesta di prossimità paterna assume in questa scena i contorni di una domanda che chiede ragione della sofferenza patita. Sul punto di morire, si ritorna alle origini, ci si fa piccoli.[15] Si chiede aiuto a chi, nelle notti buie, ci salvava dagli incubi, perché forte è la speranza che ci lega ancora alla vita. Nell’infanzia tutto il male scompare tra le braccia del padre. Ma su quegli alberi la fiducia nella salvezza viene sciolta dalla ferocia della violenza. E così, dopo un ultimo e disperato grido, sopraggiunge la morte.

3. La morte ti fa uomo

Se le avventure di Pinocchio fossero terminate con la sua morte ingiusta, potremmo dire che il nostro burattino ha portato a compimento il processo di umanizzazione che ha mosso ogni suo pensiero e ogni sua azione? Se di primo acchito saremmo propensi a rispondere negativamente perché non abbiamo assistito a nessuna effettiva trasformazione, proviamo a sostare davanti alla sua figurina appesa all’albero.
Cosa ha appena sperimentato Pinocchio?
Un’esperienza che non è esclusa a nessuno che possa dirsi vero uomo: la morte. Considerando allora la morte come un elemento imprescindibile della condizione umana, non potremmo ipotizzare che, se davvero fosse morto, Pinocchio si sarebbe già trasformato in persona vera?[16] Collodi, in fondo, voleva terminare le avventure del burattino proprio al capitolo quindici; un modo forse un po’ drastico per finire una storia per bambini, ma sicuramente avrebbe descritto una grande verità, che ognuno è tenuto a conoscere e considerare. Pinocchio, morendo, diventa parte della grande famiglia umana, diventa parte di noi. Non è più un oggetto insensibile e lontano dai drammi della gente, ma si trasforma in un uomo vero, fatto a immagine di Dio, ma fragile e destinato a perire. Pinocchio, nell’intenzione dell’autore, è trasformato in persona vera dalla morte, l’unica certezza che rende fratelli gli uomini più diversi.
Ed è proprio in questa tragica, ma ineludibile, verità che Dio si fa uomo, vivendo l’esperienza della morte come passaggio obbligato: infatti, come avrebbe potuto salvare l’umanità, se avesse evitato proprio ciò che rende gli uomini tutti fratelli? Non sarebbe veramente stato credibile! La morte sperimentata sulla croce è la prova della serietà di Dio verso l’uomo; accettando su di sé il peso più grave dell’esistenza, lo ha trasformato, attraverso la risurrezione, in un passaggio verso una vita nuova. Non ha eliminato la morte, ma l’ha vissuta fino in fondo per poi sconfiggerla.


[1] Docente IRC nella scuola secondaria di primo grado “Dante Arfelli” di Cesenatico. Ha pubblicato articoli su riviste teologiche e le sillogi poetiche: Scommessa d’eterno, Il Ponte Vecchio, Cesena 2016; Ogni nascita è dal caos, Fara, Rimini 2020; Le tre margherite, Fara, Rimini 2024 e La voce del sangue, Fara, Rimini 2025.

[2] Cfr. DPR 20 agosto 2012 n. 176, Esecuzione dell’intesa sulle indicazioni didattiche per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole del secondo ciclo di istruzione e nei percorsi di istruzione e formazione professionale, in modo particolare la premessa generale.

[3] Per quel che riguarda la competenza attesa si potrebbe indicare: cogliere la presenza e l’incidenza del cristianesimo nella storia e nella cultura per una lettura etica del mondo contemporaneo. Tra le conoscenze attese per il secondo biennio si indica: l’alunno approfondisce, in una riflessione sistematica, gli interrogativi di senso più rilevanti. (cfr. DPR 20 agosto 2012 n. 176, Indicazioni per l’Insegnamento della Religione Cattolica nei licei).

[4] «In quest’opera, attraverso le mediazioni di una cultura frequentata per anni e anni, Collodi poteva finalmente riversare la sua “doppia” anima, quale abbiamo avuto occasione di ripensarla qui: da un lato, quella dell’uomo amareggiato e reso pessimista da una realtà sociale e politica deludente […]; dall’altro, quella di un uomo d’ordine, di educatore che, in nome di slancio etico autentico, invitava i ragazzi, gli italiani adulti del futuro a diventare “perbene”», D. Marcheschi, Introduzione, in C. Collodi, Opere, a cura di Daniela Marcheschi, Mondadori, Milano 1995, LIV.

[5] D. Marcheschi, Introduzione, in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, Giunti, Milano 2012, 31.

[6] Cf. R. Randaccio, Note al testo, in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, op. cit., 293, nota 136; G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Jaca Book, Milano 19858, 208.

[7] Benché tutti e quattro i Vangeli narrino in modo simile il racconto della Passione e Morte, la scelta di servirsi della versione marciana è dettata da diversi criteri: 1) per la natura dell’intervento non è possibile servirsi di tutte le versioni del racconto, essendo questa attività finalizzata al lavoro dell’IRC in classe; 2) Marco, oltre a essere la versione più antica del racconto, presenta una narrazione più asciutta e lineare che ben si sposa con il capitolo di Pinocchio preso in esame; 3) la versione marciana presenta particolari più affini alla vicenda di Pinocchio rispetto agli altri Vangeli. Ad esempio, nella scena del Getsemani non vi è traccia in Mc di una qualche consolazione dal cielo nell’ora di Gesù, ma tutto tace. Non c’è speranza di salvezza, proprio come nel quindicesimo capitolo di Pinocchio.

[8] J. Mateos – F. Camacho, Il Vangelo di Marco. Analisi linguistica e commento esegetico, vol 3, Cittadella Editrice, Assisi 2010, 451.

[9] Aa. Vv., Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, Bologna 2001, 620; H. U. von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana, Brescia 20149, 93-94.

[10] G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Jaca Book, Milano 19858, 86.

[11] A. Poppi, Sinossi e commento esegetico-spirituale dei quattro Vangeli, Edizioni Messaggero, Padova 2008, 302.

[12] Per una possibile interpretazione del simbolo della quercia cf. R. Randaccio, Note al testo, in C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, op. cit., 295, nota 139.

[13] Per completezza, segnaliamo che la studiosa di Collodi, Daniela Marcheschi, vede nell’immagine di Pinocchio appeso e sbatacchiante alla quercia il richiamo al componimento letterario Sulla morte di Giuda di Vincenzo Monti. Cfr. C. Collodi, Opere, op. cit., 975, nota 103.

[14] A. Poppi, Sinossi e commento esegetico-spirituale dei quattro Vangeli, op. cit., 306.

[15] Non è un caso che Gesù si esprima con la lingua materna. Cfr. R. E. Brown, La morte del Messia. Un commentario ai Racconti della Passione nei quattro vangeli, Queriniana, Brescia 1999, 1179.

[16] «Era una finale amara, se si vuole, ma anche suggestiva: il burattino di legno toccava il vertice dell’umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte, sicché sembra qui alluso e implicito il convincimento che appunto la morte sia il senso e lo scopo di tutto, e in particolare dell’uomo», G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia, op. cit., 95-96.